domenica, febbraio 18, 2018

Gianni Locchi: «Sono i palestinesi i veri ebrei», 2005.

Bottom.
Gianni Locchi
Sono i palestinesi i veri ebrei.
Ed. «Il Quadrifoglio», 
Livorno (luglio 2008)
Traduzione dal francese: “Quel Juifs?», Paris, 2005.
Proprietà letteraria riservata:
 Gianni Locchi.


Sommario: Premessa. - 1. Introduzione. – 2. Cronologia.



Poco dopo l’attacco diffamatorio a mezzo stampa, avviato da un articolo di Repubblica del 22 ottobre 2009, e seguito da tutti gli altri media, mi trovai esposto per un verso ad attestazioni di ostilità, anche gravi, con perdita di alcuni “amici”, evidentemente non tali, ma anche a maggiori attestazioni di stima e solidarietà da parte di persone che neppure conoscevo. Tutto sommato, il saldo è stato di gran lunga positivo, e spero che dopo una prima rapida “assoluzione”, per inesistenza del fatto e del diritto, da parte del Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, nel gennaio 2010, di cui gli stessi media ignobilmente non avevano voluto dar notizia, e la più recente sentenza di merito del Tribunale di Roma del 5 febbraio 2018, gli stessi giornalisti dediti come loro professione abituale alla diffamazione, mi lascino in pace e non disturbino la quiete della mia vita privata e dei miei studi. In quei giorni ricevetti anche l'agile libretto di Gianno Locchi, di cui francamente - nell'agitazione e pressione di quei mesi - non ricordo se telefonai per ringraziarlo, e per dare il richiesto parere. Solo negli ultimi mesi quel libro, insieme alla lettera in esso contenuta, è venuto fuori dalla mia biblioteca. Purtroppo, a quel numero di telefono non risponde più nessuno e non ho ricevuto risposta alla mia lettera di ringraziamento. Penso di fare cosa gradita all’Autore nel ripubblicare nei miei blogs, non l'editing che mi è proprio, quel suo testo, che mi è utile per ribattere nella rete a interlocutori spesso in malafede.

Antonio Caracciolo

1.

  Introduzione

Ebrei! Parola che non lascia nessuno indifferente, fonte di sentimenti estremi e contraddittori, di reticenze, di tabù ... Nome magico che ci parla di un popolo vecchio di quattromila anni, capace di difendere la propria integrità fino a diventare una leggenda! Il fatto che la storia della sua genesi non abbia ancora fatto oggetto di una esegesi approfondita non indebolisce la convinzione della maggior parte della gente di una sua nobiltà etnica. Gli avvenimenti tragici che hanno sopportato i seguaci della fede giudaica, invece di spingere gli studiosi ad impegnarsi in un esame serio delle cause storiche, hanno semplicemente rinforzato la credenza in un popolo diverso e quasi sovrumano. Il fascino del mito seduce ben più dell’ermeneutica la più rigorosa, una fiaba per adulti tiene oramai il posto della verità scientifica. Cercheremo dunque di riesaminare la situazione a prescindere dal mito e dalla tradizione. Alla base delle persecuzioni che gli ebrei hanno dovuto sopportare vi è certamente un malinteso religioso, che considera gli ebrei responsabili della morte di Gesù. Esiste anche, in modo abbastanza evidente, la gelosia della gente comune ed in particolare degli spiriti infingardi nei confronti di questo popolo che si considera l'eletto da Dio; tanto più che i suoi membri riescono tanto spesso ad ottenere dei successi ed a realizzarsi personalmente.

Dopo essere stati perseguitati durante tanti secoli, gli ebrei si ritrovano ora, in Palestina, a far la parte dei persecutori nei confronti dei palestinesi musulmani, a causa della loro schiacciante superiorità organizzativa e scientifica. La situazione d’instabilità che ne consegue in quel punto nevralgico del mondo, induce qualcuno a domandarsi fino a che punto gli Ebrei hanno il diritto di imporre la loro legge in Palestina. Due movimenti di pensiero si affrontano presso gli stessi ebrei e nell’apprezzamento degli altri popoli a diverso titolo interessati.

Secondo la corrente prevalente gli ebrei di oggi sarebbero i discendenti degli antichi ebrei: questa discendenza, attraverso i secoli, non sarebbe mai stata compromessa da apporti di altre popolazioni suscettibili di inquinare l’identità del popolo ebreo. Questo movimento propugna la tesi secondo cui la Palestina appartiene di diritto agli ebrei di oggi per il fatto d’avere appartenuto ai loro antenati, fino a poco meno di due mila anni fa.

Secondo un’altra corrente di pensiero gli odierni ebrei costituirebbero piuttosto, nel loro insieme, un popolo caratterizzato da proprie tradizioni, cultura e legami di sangue, ma questi ultimi sarebbero del tutto indipendenti da una qualunque relazione di natura etnica con gli antichi abitanti d’Israele. L’occupazione della Palestina da parte del mondo giudaico sarebbe allora legittimata piuttosto dall’esigenza di salvaguardare la memoria ed il patrimonio culturale giudaico, esposti al rischio d’abbandono e di perdita definitiva.

La prima teoria, che chiameremo etnica, o sionista, resta la teoria dominante, tanto presso gli ebrei che presso gli altri popoli. Malgrado l’enormità d’una tale credenza, pochi sono stati gli storici che hanno osato contestarla. Tale situazione ha confortato gli ebrei in generale nel loro orgoglio di far parte del popolo eletto, e quindi nella loro pretesa di superiorità. È facile a questo punto immaginare le reazioni violente di tanti stranieri ad una tale attitudine, sia per una certa insofferenza all’idea di un’ingiustizia divina, che semplicemente per gelosia o interesse. Ne sono derivate tante lotte, guerre e persecuzioni da far vergogna all’intera umanità, in particolare al cosiddetto mondo occidentale.

Ora, lo scopo di questo saggio è di mostrare come un’attenta lettura degli autori che hanno scritto su questa materia, rigorosamente limitata alle opere storiche, permetta di concludere al’’infondatezza della teoria dominante. Non intende assolutamente criticare il diritto degli Ebrei di vivere in Palestina. Infatti, contro l’opinione dei citati movimenti di pensiero, che non riescono a sottrarsi al pregiudizio che ogni diritto umano debba essere basato su un ordine divino, questo diritto non è fondato sulle origini ipotetiche degli ebrei né sull’alleanza mitologica tra Abramo e Dio; è fondato sulla legislazione internazionale, e precisamente sulla decisione presa dalle Nazioni Unite nel 1947 di dividere la Palestina, una volta provincia turca, allora territorio sotto mandato britannico, in uno stato arabo ed uno stato ebreo. Qualunque siano le origini razziali dei cittadini d’Israele e qualunque siano le illusioni che nutrono in proposito, il loro Stato esiste ‘de iure et de facto’ ed è impossibile sopprimerlo, se non attraverso un genocidio (1).

Tuttavia la teoria etnica ha avuto, nel corso dell’ultimo secolo, un tale impatto sull’opinione pubblica mondiale che la maggioranza delle persone non solo credono che il fatto di una discendenza ebrea dagli antichi israeliti sia incontestabile, ma non immaginano neanche che sia già stata contestata. L’opinione pubblica ignora, per esempio, che nel 1944, A.N. Poliak, professore di storia ebraica del Medioevo all’università del Tel Aviv, avanzava già il dubbio nella prima edizione di ‘Kazaria’: «Da qualunque parte si consideri, secondo il nuovo approccio, tanto il problema delle relazioni tra il giudaismo kazaro e le altre comunità ebraiche che il problema di sapere in quale misura si può guardare a questo giudaismo kazaro come al fulcro dei grandi stabilimenti ebrei in Europa orientale ... i discendenti di questi stabilimenti, quelli che sono rimasti sul posto, quelli che sono emigrati negli Stati Uniti ed in altri paesi, e quelli che sono andati in Israele, costituiscono oggi la grande maggioranza degli ebrei del mondo intero» (2).

In ossequio ad un’esigenza d’ordine semantico utilizzeremo la parola ‘giudeo’ in senso religioso, cioè nel senso di seguace della religione giudaica, e la parola ‘ebreo’ con valore contingente ed estemporaneo, nel senso di membro formalmente appartenente ad una comunità organizzata in funzione dei riti e delle tradizioni della religione giudaica. Lo  scopo è di evitare l’equivoco per cui l’ebreo è tanto il credente che il membro di una popolazione data. Per esempio, un italiano è cristiano o protestante, ma, trattandosi di un ebreo, si sente comunemente dire un ebreo italiano piuttosto che un italiano ebreo, come se l’appartenenza alla religione giudaica e solo a questa, conferisse automaticamente ai suoi fedeli una qualifica istituzionale, d’ordine profano. Una tale equivoco è suscettibile di compromettere l’obiettività dello studio.

Utilizzeremo inoltre la denominazione ‘Palestina’ al posto di ‘Israele’, seguendo la terminologia generalmente applicata dal 135 al 1947 dopo Cristo, cioè durante il periodo che più particolarmente concerne il presente saggio.

Con questo studio cercheremo dunque di fare il punto sulle conclusioni degli scrittori che si sono interessati alla questione secondo un approccio scientifico, capace di prescindere dalle ‘verità’ rivelate o frutto della tradizione. In particolare faremo nostri gli interrogativi fondamentali che sono stati proposti concernenti il fenomeno del proselitismo giudaico, dovunque ed in qualunque epoca si sia manifestato, e le sue conseguenze sul numero totale dei convertiti, in particolare gli incredibili incrementi della popolazione di fede giudaica rispetto alle vicende demografiche del resto dell ‘umanità, in certi e ben determinati periodi storici (3). Sottolineeremo l’influenza che il Talmud ha avuto nella creazione della moderna dottrina giudaica, col fatto di rifiutare le conversioni, nonché di avere collegato l’identità ebraica alla filiazione da una madre giudaica. Valuteremo infine i rapporti tra il giudaismo talmudico e le sette giudaiche di genesi diversa, come i samaritani ed i karaiti.


2.

  Cronologia


La Cronologia degli avvenimenti presi in considerazione in questo studio è essenziale per comprendere le conclusioni che seguiranno.

Avanti Gesù Cristo
587 - Deportazione a Babilonia di un certo numero di Ebrei (quattromila
sei cento, secondo il profeta Geremia).
331 - Inizio della diaspora ebraica. Alessandro il Grande fonda Alessandria.
Molti Ebrei lasciano la Palestina, per stabilirsi soprattutto ad
Alessandria.
29 - Inizio dell ‘impero romano. In circa trenta anni i giudei della diaspora
passano da alcune decine di migliaia a circa tre milioni (4). La
popolazione della Palestina, durante il periodo della dominazione romana,
oscilla tra un milione e un milione e mezzo di anime, dei quali una
buona metà é composta da giudei (5).
Dopo Gesù Cristo
70 - Prima guerra giudaico-romana. Distruzione del Tempio di Gerusalemme
ad opera di Tito. Rabban Johanan ben Zakkal ottiene da Tito
il permesso di rifugiarsi a J arnnia e di fondare la scuola rabbini ca. I
giudei viventi fuori della Palestina sono diventati sei milioni (6).
80 circa - Inizio dell’ era cristiana. I giudei viventi fuori della Palestina
sono ormai otto milioni (7).
135 - Ribellione di Bar Kokheba. Distruzione di Gerusalemme. Inizio
della Seconda diaspora ebraica. Redazione del Talmud palestinese,
che occuperà i redattori fino all ‘inizio del VO secolo. La redazione del
Talmud babilonese richiederà un periodo più lungo, fmo alla fme del
secolo.
313 -Accordi di Milano tra Costantino e Licinio. La religione cristiana
diventa ‘religio licita’. Secondo l’Enciclopedia Microsoft Encarta


(E.M.E), la maggior parte dei giudei della Palestina si convertono al
cristianesimo.
325 - Concilio di Nicea. L’arianesimo è dichiarato eretico, ma, per il
momento, senza conseguenze.
380 (28 Febbraio) - Teodosio promulga a Salonicco un editto col quale
impone a tutti i sudditi dell ‘impero di aderire alla fede dei vescovi di
Roma e di Alessandria, cioè alla fede cristiana trinitaria. L’editto imperiale
ne precisa anche i termini: ”noi Cl ‘imperatore n. d. a) crediamo
nell ‘unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, aventi una
uguale maestà nella misericordiosa Trinità” (8). TI giudaismo è classificato
dall’imperatore tra le sette cristiane eretiche, insieme all’ arianesimo,
destinate quindi ad essere estirpate. Persecuzioni dei giudei e degli
anaru.
638 - Il Califfo Ornar si impossessa di Gerusalemme. A questa epoca
il numero dei giudei nel mondo, si aggira intorno ai due cento cinquantamila.
711 - Tarik sbarca a Gibilterra alla testa di settemila uomini. La Spagna
si converte all’islam.
740 - Il re Bulan si converte al giudaismo, imitato da gran parte della
popolazione Kazara (9).
750 -La popolazione dei giudei di Spagna si manifesta in numero di
due cento cinquantamila, raddoppiando il numero dei giudei nel mondo
(lO).
- 750, circa- Inizio delle persecuzioni dei giudei sotto i califfi Ommeyade.
950, circa - Il rabbino Hardai-ibn-Shaprut impone ai giudei di Spagna
un’ organizzazione basata sulla legge talmudica.
965 - I Kazari giudei, vinti dai Russi, si ritirano in Crimea.
lO 16 - Il regno kazaro è sconfitto dai bizantini.
1083 - TI principe russo Yaroslav sconfigge nuovamente il regno kazaro,
che cessa d’esistere come Stato indipendente.
1099 - I crociati conquistano la Palestina e massacrano i giudei che

ancora ci vivono.
1237 - Invasione della regione kazara da parte dell ‘ Orda d’oro di
Gengis Khan. La diaspora kazara, di circa cinquecentomila fuggitivi,
raddoppia il numero dei giudei nel mondo (11).
1245 - I Kazari sono citati da Giovanni di Piano Carpini come popolo
vassallo di Gengis Khan, osservante la religione giudaica (12) .
1500 - Secondo la ‘Jewish Encyclopaedia’, all’articolo’ Statistiche’ , il
numero di giudei nel mondo ammonta, durante il XVIo secolo, a un
milione.
1650 -La Polonia conta dieci milioni di abitanti di cui cinque centomila
giudei (13). Non ci sarebbero giudei in Russia (14).
1700 - Seicentomila giudei vivono in Polonia, Ucraina e Lituania. Non
esistono giudei in Russia.
1790 - I giudei sono nove centomila in Polonia ed in Lituania e cento
cinquantamila nell ‘impero austro-ungarico (15). I primi giudei fanno la
loro apparizione in Russia, durante il Regno di Caterina II.
1793 -1795. Spartizione deIl ‘intera Polonia fra la Russia, la Prussia, et
l’Austria.
1890 -Nove milioni dei dieci milioni di giudei nel mondo vivono nell’Europa
dell ‘Est: la Russia, la Germania e l’Austria da sole accolgono
otto milioni di fedeli (16), fra i quali i russi da soli superano i cinque
milioni. 5.189.401 sono i russi che si dichiarano ebrei al censimento del
1897. L’Ucraina é la regione con la più grande comunità ebrea al mondo
con 2.148.059 fedeli (17).





martedì, dicembre 19, 2017

Annali del Vicino Oriente: 1921. - 9. Marocco

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921 in Marocco. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in Marocco. – Recentemente, alla denegata autorizzazione a far impiantare una tonnara di sudditi spagnuoli nel luogo concesso nel 1919 alla Società franco-portoghese, senza preventiva autorizzazione, il ministro spagnuolo oppose di non dover chiedere autorizzazione, onde il rappresentante del sultano fece procedere al sequestro del materiale della Società spagnuola, rimasto sulla spiaggia. Tale incidente, presto divenuto un questione di principio, ha fatto nuovamente risorgere il problema di Tangeri, avendo la stampa spagnuola trovato in esso una riprova della impossibilità di conservare l’attuale statuto di Tangeri, fonte continua di incidenti. Occorre pertanto modificarlo e unire la città alla vicina zona spagnuola.

Dopo molto scalpore e discussioni la questione si è risolta nel senso che la Società spagnuola ha chiesto l’autorizzazione, che è stata concessa- Ma la polemica per Tangeri ha avuto una larga riprercussione nella stampa francese e spagnuola
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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 8. Egitto

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921 in Egitto. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in Egitto. – Dopo che il Gabinetto inglese respinse gli accordi tra Milner e Zaghlul Pascià, la situazione egiziana è divenuta più agitata. I nazionalisti, che già non intendevano accettare l’accordo, inquantoché conservava, in forma larvata, il protettorato britannico sull’Egitto, hanno chiaramente compreso che le nuove trattative implicano ulteriori e più gravi sacrifici; onde, quando la Delegazione egiziana doveva avviarsi a Londra per riprendere le trattative in base al nuovo progetto Milner, e si apprese che Zaghlul era stata da essa escluso, assumendosi l’istesso Adli Jeghen Pascià l’impresa di tirare avanti i negoziati, si è avuto, sulla fine di maggio, uno scoppio di indignazione, degenerato in un movimento xenofobo, con i gravi fatti di Alessandria, in cui sono periti molti Europei e specialmente Greci. Ristabilita la calma, non si può dire che l’agitazione sia cessata. Le trattative si riprenderanno quindi in uno stato di nervosismo e di esasperazione, che non agevolerà certamente la rapida conclusione dei negoziati, né la loro esecuzione pacifica.

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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 7. India

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921 in India. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in India. – Nell’India musulmana è stata accolta con compiacimento la notizia della revisione del Trattato di Sèvres, decisa a Londra. Ma le ulteriori notizie dell’offensiva greca e della pratica inesecuzione delle decisioni di Londra, hanno riaccesa l’agitazione, che è alimentata dalla speranza di una definitiva e decisiva vittoria kemalista.

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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 6. Afghanistan

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in Afghanistan. –Dopo il conflitto con l’Inghilterra, chiusosi nel settembre 1919 con il riconoscimento del diritto dell’Afghanistan di contrarre dirette relazioni con tutti gli Stati, cioè con il riconoscimento della sua piena indipendenza, l’emirato afghano ha già a Kabul i rappresentanti della Cina, della Turchia, della Polonia, della Germania. Una missione speciale dell’Afghanistan è andata a Mosca, Varsavia, Berlino, Roma – donde proseguirà per Parigi – allo scopo di strinere rapporti economici e diplomatici con gli Stati coi quali non era ancora in dirette relazioni.


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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 5. Persia

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in Persia. – L’avvento al potere degli intellettuali costituisce in fondo un avviamento ad un regime borghese. In seguito alla denuncia dell’accordo anglo-prussiano, al ritiro delle truppe russe e inglesi, il nuovo Governo ha iniziato una forte politica interna di ordine, di disciplina, di giustizia, per acquistare rapidamente prestigio, mentre cerca di stabilire buoni rapporti con l’Inghilterra, la Francia, l’America.







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La questione sionista.
1921
1. Le repubbliche caucasiche.
 Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. –
2. Turchia.
Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. – 2. La situazione morale in Anatolia. – 3. Un discorso di Mustafà Kemal Pascià. – 4. Le forze kemaliste. – 5. Le truppe irregolari del Caucaso. – 6. Ratifica del trattato Afgano-Kemalista. – 7. L’intesa Russo-Turca. – 8.  Complotto bolscevico in Anatolia. – 9. Le dimissioni di Bekir Sami Bey. – 10. Il Partito di Bekir Sami Bey. – 11. I partiti nel Parlamento di Angora. – 12. Il nuovo Gabinetto in Angora. – 13. La Turchia e la Delegazione musulmana Indiana. – 14. La politica italiana in Turchia. – 15. Situazione in Cilicia. – 16. Chiesa Ortodossa Indipendente in Anatolia. – 17. Rapporti diplomatici Turco-Giapponesi. – 18. Predica dell’ex-Gran Senusso a Sivas. –
3. Siria.
Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. – 2. La questione dell’unità. –
4. Arabia.
5. Persia.
6. Afghanistan.
7. India.
8. Egitto.
9. Marocco.
10. Mesopotamia.
11. Armenia.
12. Georgia.
13. Persia.
14. L’Inghilterra e l’Oriente in generale.



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lunedì, dicembre 18, 2017

Annali del Vicino Oriente: 1921. - 4. Arabia

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. –

1. La situazione al 1° giugno 1921 in Arabia. – Il re dell’Higiaz, è riuscito finora a tener calma la popolazione, fidando nell’aiuto inglese, per risolvere i problemi della Siria e della Mesopotamia. Come abbiamo accennato, egli conta di veder coronati i due figli Faisal e Abdullah in Mesopotamia e nella Transgiordania. Nell’Yemen la situazione è meno calma. Il saied al-Idrisi dell’Asir è ancora molestato dai suoi avversari.







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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 3. Siria

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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. – 2. La questione dell’unità. – 3. Manifesto del partito dell’unità siriana. – 4. Dichiarazione della Commissione del Libano contro l’unità. – 5. Dichiarazione del Gen. Gouraud sul Libano. – 6. La Commissione Amministrativa degli Alawiti. – 7. La questione delle imposte nel Libano. –  || y. Periodici e fonti. – z. Rinvii.

1. La situazione al 1° giugno 1921. – La situazione della Siria, che pareva migliorata dopo gli accordi franco-kemalisti, si è nuovamente aggravata. Beduini e Turchi molestano le forze francesi in più punti e specialmente verso Aleppo. L’idea di un’organizzazione federale della sembra che sia per esser decisa dalla Francia, a quanto ha recentemente dichiarato il generale Gouraud.

2. La questione dell’unità. – La Ḥaqīqah di Beirut pubblica una serie di articoli di articoli del musulmano Abu Zuhayr al-Fawaidi, che polemizza con un giornalista cristiano del Lisan al-Hal in difesa dell’unità siriana. Ne togliamo, completandolo da altre fonti, alcune notizie. È noto che dopo la caduta di Faisal i Francesi hanno costituito in Siria cinque governi distinti ed autonomi: 1) Il Grande Libano (proclamato il 1° settembre 1920), formato dall’aggiunta al libano propriamente detto (costituito nel 1864) dei 4 cazà di Baalbek, Bekaa, Rasheyya e Hasbeyya tolti al Vilayet di Damasco, e della città di Beirut. Esso è retto da un governatore francese e da un Consiglio amministrativo indigeno provvisorio. 2) Il Governo di Damasco con un’amministrazione indigena coadiuvata da consiglieri francesi. 3) Il governo di Aleppo, che comprende Alessandretta a Antiochia; retto da un governatore indigeno nominato dall’Alto Commissario francese, sotto il controllo di un delegato di quest’ultimo. 4) Finalmente il territorio degl’Alawiti (proclamato il 2 settembre 1920) (1), retto da un amministratore francese (centro principale Ladhiqiyyah) con una Commissione amministrativa indigena di carattere consultivo; 5) e il Municipio autonomo di Tripoli. Contro questo smembramento si è sviluppato, specialmente fra i Musulmani, un movimento per l’unità. I Siriani patriottici – dice l’articolista dell’Ḥaqīqah – comprendono che gli abitanti della costa non possono vivere senza rapporti commerciali diretti con l’interno; per questo desiderano l’unità, e non, come dicono i loro avversari, per imporre a tutta la Siria un governo assoluto che favorisca il loro fanatismo religioso (musulmano). I Cristiani del Libano d’altra parte rifiutano l’unità per rimanere in maggioranza nel proprio territorio. L’hanno già dimostrato respingendo un progetto di unificazione del Libano col territorio degli Alawiti. La creazione del grande Libano fu voluto dalla Francia per rafforzare i Maroniti, che rappresentano in Siria il suo più valido appoggio; essa però ha avuto come conseguenza la formazione, nel nuovo Stato, di una maggioranza musulmana (gli abitanti di Beirut e dei 4 cazà tolti al vilayet di Damasco). Essi sono paragonabili per cultura e importanza commerciale ai Cristiani, li superano come numero anche tenendo conto degli emigrati all’estero, numerosissimi, ed hanno dato prova di patriottismo e di resistenza ad influssi stranieri fin dai tempi del regime turco. Quanto ai Cristiani non cattolici, che rappresentano nel Grande Libano una minoranza, sono anch’essi contrari all’unità pe rla loro politica di opposizione ai cattolici. Viene poi la classe dei commercianti, appartenenti a religioni diverse. Essi considerano unicamente i propri interessi e non fanno differenza fra libertà e servaggio; quelli della costa desiderano l’unità perché favorirebbe i loro scambi con l’interno; quelli del Libano invece rspingono tale penetrazione economica e con essa l’unità. I Libanesi emigrati all£estero, sono tutti in favore dell’unità. Nel terzo dei suoi articoli al-Fawāidī si dilunga sulla questione se siano più colti e civili e Cristiani libanesi o i Musulmani del resto della Siria. Egli afferma che la cultura libanese è di importazione francese, brillante ma poco solida, e accompagnata da abitudini e costumi europei che non rappresentano un progresso di fronte ai Musulmani, tutt’altro. Salvo che per la conoscenza del francese, i Musulmani superano i Libanesi in tutti i rami dello scibile; secondo l’articolista la proporzione fra il Libano e il resto della Siria nei giovani che hanno fatto studi superiori sarebbe del tre contro cento. del resto ciò risulterebbe anche dal numero dei Musulmani che erano nella carriera amministrativa sotto il regime turco, e dal fatto che anche la Francia dà ora loro la preferenza negli impieghi governativi. Il Libano dunque non può invocare la propria superiorità come un argomento per rimanere isolato; le vere ragioni sono due: timori di persecuzioni politiche e religiose da aprte della maggioranza musulmana che avrebbe in mano il governo del paese. E questo timore è ingiustificato perché i Musulmani di Siria sono incapaci di fanatismo. secondo e più grave motivo: il desiderio di conservare la supremazia dei Maroniti sulla minoranza del Libano. Per ottenere questo scopo i Maroniti finiranno per domandare che il loro territorio torni qual era prima della proclamazione del Grande Libano; in questo caso soltanto essi vi rappresenterebbero una maggioranza capace di imporsi. In una quarto articolo al-Fawāidī espone i torti fatti ai Musulmani incrporati al Grande Libano. Durante la guerra e fino all’occupazione francese erano scomparse le discordie di religione e di partito. Dopo, i Maroniti, forti dell’appoggio francese, pensarono subito ai propri interessi. Nel vilayet di Beirut erano musulmani il 60 per cento degli impiegati; proporzione corrispondente alla maggioranza musulmana di quel territorio.  I Maroniti ottennero che ne fosse licenziata la massima parte, e ciò prima della proclamazione del Grande Libano, e accaparrarono gli impieghi, con gravi conseguenze per l’andamento dei servizi. Non che non fosse opportuno ridurre il numero degl’impiegati musulmani per ristabilire anche nelle pubbliche amministrazioni la nuova proporzione numerica fra le varie fedi risultata dalla costituzione del Grande Libano. Ma ciò purtroppo non avvenne: oggi gl’impiegati musulmani sono il 15 per cento, quota troppo inferiore al giusto. I Maroniti insomma sono riusciti ad opprimere i Musulmani con l’appoggio della Francia, fomentando malintesi fra l’una e gli altri. Ora però si nota da parte della Francia una resipiscenza: essa comincia a comprendere l’importanza dei Musulmani nel paese, e sembra prossima ad affiatarsi completamente con loro. Nell’ultimo articolo i desiderata dei Musulmani di Siria sono così riassunti:
1. Uno stato siriano unico, composto di vilayet aventi autonomia amministrativa. I funzionari di ogni vilayet dovrebbero esser scelti fra i suoi abitanti e in base al merito, facendo astrazione della fede religiosa, o per lo meno tenendo conto della proporzione numerica delle varie religioni, perché le considerazioni locali abbiano la precedenza su quelle religiose.
2. Un parlamento basato sulla proprozione numerica delle varie comunità religiose, a condizione che  che nelle elezioni ogni comunità venga aggregata alle altre comunità affini degli altri vilayet di Siria, affinche non siano lesi i diritti della minoranza.
3. Che alla maggioranza del piccolo Libano, se continua a far parte da se stessa, venga concessa la costituzione di comunità che desidera.
Gli abitanti del vilayet di Beirut desiderano di esser costituiti in vilayet estraneo al Piccolo Libano e che la Siria unificata si impegni ad assistere quest’ultimo fornendogli i mezzi sufficienti a sostenere la sua esistenza. (al Ḥaqīqah, bisettimanale arabo di Beirut, 16-26 marzo 1921. V.d.B.).

(1) È il nuovo nome ufficiale per designare la setta dei nosairi, professante un’antica religione pagana, con forti infiltrazioni cristiane e musulmane (sovra tutto degli eretici Ismailiti), Cfr, più avanti, p. 26-27.

3. Manifesto del partito dell’unità. –  La Commissione centrale del Partito dell’unità siriana che risiede al Cairo ha inviato ai giornali di Siria e di Palestina un manifesto rivolto a tutti i partiti e le associazioni della Siria e dei Siriani residenti all’estero, per convocarli a un congresso generale Siriano da tenersi il 10 giugno a Ginevra, con lo scopo di perorare presso il Consiglio della Lega delle Nazioni la causa dell'unità e dell’indipendenza Siriana, prima che venga presa dalle potenze una decisione sull’avvenire della Siria. Il manifesto è firmato dal Presidente del Partito Unitario, Michel (Mishel) Bey Lutfallah [cristiano] e dal Vice Presidente Muhammed Rashid Rida [musulmano] (Al-Karmel, bisettimanale arabo di Caiffa, 30-4-1921).  ℰ Torna al Sommario.

4. Dichiarazione della Commissione del Libano contro l’unità. – L’Alto Commissario della Repubblica Francese in Siria nel Libano ha comunicato al Governo del Grande Libano in data 14 Gennaio la sua intenzione di fondare un dipartimento unico per il bilancio generale di tutti i Governi della Siria e del Libano per le seguenti materie: 1, Dogane. 2, Poste e telegrafi. 3, Quarantene. 4, Opere pubbliche e cioè: costruzione di strade in tutto il paese, spese di ogni genere per i porti di Beirut, Tripoli e Alessandretta. 5, Amministrazione generale della P.I. tanto per l’insegnamento superiore che per quello secondario e per alcune spese relative agli impiegati delle scuole normali. 6, Amministrazione della Giustizia, soltanto per quanto riguarda le spese di ogni genere per l3Alta Corte di Beirut.





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Periodici e fonti
Al-Karmel.
Ḥaqīqah.


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z.

Rinvii

a. Facebook: Storia della Siria.
b.
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Annali del Vicino Oriente: 1921/giugno. - 2. Turchia

  B. Geo. Prec. ↔ Succ.
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Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. – 2. La situazione morale in Anatolia. – 3. Un discorso di Mustafà Kemal Pascià. – 4. Le forze kemaliste. – 5. Le truppe irregolari del Caucaso. – 6. Ratifica del trattato Afgano-Kemalista. – 7. L’intesa Russo-Turca. – 8.  Complotto bolscevico in Anatolia. – 9. Le dimissioni di Bekir Sami Bey. – 10. Il Partito di Bekir Sami Bey. – 11. I partiti nel Parlamento di Angora. – 12. Il nuovo Gabinetto in Angora. – 13. La Turchia e la Delegazione musulmana Indiana. – 14. La politica italiana in Turchia. – 15. Situazione in Cilicia. – 16. Chiesa Ortodossa Indipendente in Anatolia. – 17. Rapporti diplomatici Turco-Giapponesi. – 18. Predica dell’ex-Gran Senusso a Sivas. – || y. Periodici e fonti citate ed utilizzate. – z. Rinvii.

1. La situazione al 1° giugno 1921. – Dopo il convegno di Londra nel quale, com’è noto, fu stabilito in massima il principio di revisione del Trattato di Sèvres, conservando alla grecia la Tracia e rivedendo fra l’altro il regime stabilito per Smirne, mentre la Tracia è relativamente tranquilla (comitati musulmani protestano però contro le atrocità dei Greci), nell’Anatolia la guerra perdura. Dopo una non fortunata offensiva greca, Greci e Kemalisti raccolgono da qualche mese forze ed armi per una nuova offensiva, che forse non è lontana. Bekir Sami bey, il negoziatore di Londra, ha dovuto dimettersi da Ministro degli Esteri, e dopo di lui l'intero Gabinetto, in seguito al conflitto sorto tra il Comitato della difesa nazionale, appoggiato dalla grande maggioranza dell’assemblea, ed il Gabinetto; essendo il primo propenso all’intransigenza ed all’azione militare ad oltranza, mentre il Gabinetto dimissionario divideva l’opinione, in massima, moderata, di Bekir Sami. Il nuovo ministero di Angora, presieduto da Fevzi bey è ultra nazionalista ed intransigente; e tale situazione non gioverà certo ad agevolare le trattative per ristabilire la pace in Oriente. In conseguenza di tale atteggiamento, l’accordo concluso tra la Francia e Bekir non è stato approvato, mirando a quanto pare i nazionalisti turchi ad ottenere, tra l’altro, una rettifica del confine turco verso la Siria, in modo da comprendere nel territorio nazionale Alessandretta ed Aleppo. Parallelamente a quello di Angora seguita a funzionare il Governo di Costantinopoli, che non ha finora recuperata alcuna autorità nel territorio dell’Asia Minore. Mustafà Kemal ha però assicurato all3Assemblea Nazionale che i due governi sono perfettamente d’accordo per la questione territoriale della tracia e di Smirne. I Commissari alleati a Costantinopoli hanno recentemente deliberato di inviare nell’Asia Minore delle Commissioni per eseguire un’inchiesta sulle atrocità attribuite ai Turchi ed ai Greci,  che hanno già iniziato attivamente i loro lavori. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 16-17). → Torna al Sommario.

Anatolia storica, oggi Turchia.
2. La situazione morale in Anatolia. – Un Turco proveniente da Angora ha affermato che i successi militari contro i Greci hanno rafforzato la situazione interna del Governo Kemalista, che il morale è elevatissimo e che ognuno sopporta volenterosamente i sacrifici richiestigli lavorando instancabilmente. L’opinione politica dei capi del movimento nazionale può così riassumersi: nessuna specie di soluzione sarà accettata se non riconosca integralmente la restituzione di Smirne e della Tracia alla Turchia. Le relazioni con gli Armeni sono soddisfacenti, poiché hanno adottato una linea di condotta cordiale e pacifica. (Peyam-i-Sabah, Costantinopoli, maggio 1921). O. B. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 20). → Torna al Sommario.

M. Kemal Ataturk (1881-1938)
3. Un discorso di Mustafà Kemal Pascià. –  Mustafà Kemàl Pascià, in occasione dell’anniversario della formazione del “Grande Parlamento Nazionale di Angora”, ha tenuto in una seduta del detto Parlamento un discorso dicendo fra l’altro:
«La situazione, dopo le ultime vittorie, si è volta completamente in nostro favore. Si è informati che la Grecia cerca un mezzo per venire alla pace; però noi non consentiremo di scendere a trattative con essa qualora non ci restituisca la Tracia e Smirne; fino ad ora domandammo lo sgombro di tali località soltanto colla forza del nostro diritto; invece presentemente al diritto aggiungemmo la vittoria militare. Per quanto sopra siamo perfettamente d’accordo con Costantinopoli. Ripeto, la prima condizione per la  pace con la Turchia è lo sgombro della Tracia e di Smirne» (Peyam-i-Sabah, 9-5-1921). O.B. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 20). → Torna al Sommario.

Guerra greco-turca (1919-22)
4. Le forze kemaliste. – L’esercito kemalista che si trova sulla fronte greca è forte di 120 mila uomini, ai quali vanno continuamente aggiungendosi altre unità. I Turchi non nascondono che prossimamente riprenderanno l’offensiva. Sono giunti recentemente ad Eski-Scehir da Sivas ulemà e sceicchi in numero di 100, unitamente a molti deputati. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 7-5-1921) O.B. - Siamo alla vigilia di grandi battaglie in Anatolia. Pare che le forze kemaliste abbiano raggiunto i 400 mila uomini bene armati ed equipaggiati. Si dice che Mustafà lancerà l’attacco dopo le feste del Bairam. Il parlamento di Angora ha stanziato per gli aeroplani due milioni di lire turche. Mustafà Kemal vuole dare battaglia in grande, per venire rapidamente alla fine della guerra. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 18-5-1921). O.B. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 20). → Torna al Sommario.

Enver Pascià (1881-1922)
5. Le truppe irregolari del Caucaso. – È giunta a Samsun (sul mar Nero, vilayés di Trebisonda, la seconda spedizione di 7 mila Musulmani volontari del Caucaso. La prima spedizione di 5 mila uomini è già stata inviata da Samsun a Kutahia (presso la fronte di combattimento a S di Brussa). Lo zio di Enver Pascià (prima in isfavore presso i kemalisti per la sua parentela, poi perdonato per le sue proteste patriottiche), designato quale comandante di tali forze, è giunto a Trebisonda.  (Peyām-i-Ṣabāḥ, 6-5-1921). O.B. → Torna al Sommario.

6. Ratifica del trattato Afgano-Kemalista. – Costantinopoli, 15 maggio. Il trattato Afghano-Kemalista è stato ratificato, ed una missione militare turca si recherà fra breve a Kabul dall’Anatolia. (Times, 15-5-1921). O.B. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 20). → Torna al Sommario.

7. L’intesa Russo-Turca. – Secondo notizie da Angora, in base alle prescrizioni dell’intesa segreta stipulata fra i Bolscevichi ed il Governo kemalista, le località che, sia in Armenia che ne Caucaso, saranno sgombrate dalle forze turche saranno occupate dalle truppe rosse; a sua volta il Governo russo fornirà all’esercito turco, armi e munizioni; lo stesso Governo costruirà una ferrovia fino ad Angora e sarà lasciato completamente libero per lo sfruttamento delle miniere del Caucaso e per quanto riguarda le operazioni di transito. Lo notizia dell’esistenza di una tale intesa è confermata anche da fonte greca. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 18-5-1921). Un redattore del Hākimiet - i - Millieh ha domandato a Bakir Sami Bey se egli avesse fatto alla stampa europea dichiarazioni contro la Russia dei Soviet. Questi ha risposto che tutte le affermazioni in questo senso a lui attribuite sono inesatte. Mai, parlando ai giornalisti, egli ha ammesso la possibilità di dissensi col governo dei Soviet; anzi ha sempre affermato che i rapporti con la Russia sono non soltanto cordiali ma profondamenti sinceri. «Poiché la Russia è nostra vicina, io sento tutto il valore dei buoni rapporti che abbiamo con lei e sono convinto della loro necessità. Ecco quanto ho sempre dichiarato; se mi attribuiscono parole diverse, esse non hanno fondamento». (Hākimiet - i - Millieh, 1-5-1921)  O.B. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 20-21). → Torna al Sommario.

8Complotto bolscevico in Anatolia. – Notizie giunte dall’Anatola affermano che il Governo di Angora ha scoperto un complotto bolscevico. Sono stati trovati parecchi documenti firmati da Zinoviev. Capo degli organizzatori della congiura è Remzi Pascià. Conseguentemente è stato allontanato dall’Anatolia il rappresentante comunista di Merzifun. (Giagadamard, 17-5-1921). U.F. Merzifun (o Merzivan) è capoluogo di cazà, a NW di Amasia (vilayet di Sivas). (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 21). → Torna al Sommario.

9. Le dimissioni di Bekir Sami Bey. – Come è noto, Bekir Sami Bey tornato ad Angora fu violentemente attaccato dalla maggioranza del Parlamento kemalista, per cui fu costretto a dimettersi. I motivi precisi sono tenuti nascosti, ma non è da escludere che fra di essi debbano annoverarsi anche i trattati stipulati da Bekir Sami con la Francia e l’Italia, nonché le sue idee di riavvicinamento con la Grecia, idee alle quali forse non è estranea l’Italia. L’attuale Commissario per gli Esteri ad Angora è Fevzi Bey. ( Peyām-i-Ṣabāḥ, 17-5-1921) O.B. → Torna al Sommario.

10. Il Partito di Bekir Sami Bey. – Secondo notizie provenienti dall”Anatolia, Bekir Sami Bey, allo scopo di far accettare il suo punto di vista dal Parlamento Nazionale, si sra occupando per la costruzione di un partito fra i suoi partigiani. Si assicura che fino ad ora hanno aderito ad esso ventiquattro deputati (Peyām-i-Ṣabāḥ, 21-5-1921, O.B.)  → Torna al Sommario.

11. I partiti nel Parlamento di Angora. – Le correnti politiche contrastanti nel Parlamento di Angora sono tre: una è partigiana di una pace immediata; una seconda vuole la guerra ad oltranza; la terza desidera fare la pace in piena solidarietà col Governo di Costantinopoli. Allo scopo di fondere queste tre tendenze in un’unica volontà nazionale, si è costituito il “partito della difesa dei diritti dell£Anatolia e della Tracia”. ( Peyām-i-Ṣabāḥ, 21-5-1921, O.B.) Al nuovo partito hanno aderito 170 deputati, i quali hanno scelto a loro presidente Mustafà Kemal Pascià. Esso si propone di giungere ad una pace che assicuri l’integrità e l’indipendenza nazionale secondo i principi fondamentali posti e definiti nelle conferenze di Erzerum e di Sivas, ed accettati e confermati dal grande Parlamento di Costantinopoli. Detto partito orienterà ed adopererà al raggiungimento di tali fini tutte le istituzioni  ed organizzazioni sia ufficiali sia private; nel contempo farà ogni sforzo affinché, nell’orbita della legge fondamentale statutaria, vengano preparate e consolidate le varie organizzazioni. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 24-5-1921, O.B.) → Torna al Sommario.

12. Il nuovo Gabinetto in Angora. – Il Grande Parlamento Nazionale si radunò il 19 maggio u.s. in seduta straordinaria e procedè alla elezione del nuovo Gabinetto, che, secondo l’Agenzia di Anatolia, è così formato:
- Ministro per la Difesa Nazionale Frvzi Pascià, per gli Interni Ata Bey, per gli Esteri Iusuf Kemal Bey, per la Giustizia Refie Scevket Bey, per le Finanze Hasan Beym per l’Economia Gelal Bey,
Detti ministri, riunitisi, hanno scelto a loro Presidente Fevzi Pascià. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 25.5-1921, O.B.)
Il nuovo Ministro degli Esteri, Iusuf Kemal, al momento della elezione trovavasi a Mosca; fino al suo arrivo in Angora, l’interim degli Esteri sarà tenuto dal Presidente del Consiglio Fevzi Pascià. (Peyām-i-Ṣabāḥ, 25-5-1921, O.B.). Il nuovo Ministro degli Esteri è dunque persona in buone relazioni con il Governo dei Soviet.Torna al Sommario.

13. La Turchia e la Delegazione musulmana Indiana. – Il Segretario di Stato per l’India Montagu espone in una lettera alla Delegazione Musulmana Indiana, venuta a Londra a perorare la revisione del Trattato di Sèvres, la nuova posizione della Turchia quale risulta dalla Conferenza di Londra. « Vi è ogni ragione di sperare», egli dice, che:
1. La Turchia sarà libera e indipendente qul’era prima della guerra, salvo le limitazioni di armamenti imposte tanto a lei che agli Stati ex-nemici, e l’internazionalizzazione degli stretti, egualmente necessaria alla sicurezza dell’Europa in generale e a quella della Turchia in particolare.
2. Adrianopoli avrà una speciale organizzazione autonoma, da fissarsi dal Consiglio della Lega.
3. I diritti dei Musulmani della Tracia saranno riconosciuti e rispettati secondo il Trattato.
4. Si provvederà a smilitarizzare quella parte della tracia che costituirebbe una minaccia alla nuova frontiera turca.
5. Non vi è ragione di temere disparità di trattamento per i musulmani della Palestina.
6. o un qualsiasi controllo o autorità straniere nell’Higiaz.
7. Si spera fra breve di vedere un nuovo e valido Stato arabo in Mesopotamia.
8. Quanto al Califfato, che gli alleati hanno più volte dichiarato una questione riguardante i soli Musulmani, il Trattato salvaguarderà il controllo di questi ultimi sui Luoghi Santi musulmani; e, come Vi ha assicurato il Presidente del Consiglio, gli Alleati non intendono menomamente immischiarsi nei rapporti spirituali fra il Califfo e gli abitanti dei territori che non apparterranno più alla Turchia; se su questo punto è rimasta qualche oscurità nel trattato, mi adopererò per chiarirlo.
La lettera si chiude con una appello alla moderazione, facendo presente che i diritti indiscussi dell’India a speciale considerazione nella conclusione della pace con la Turchia, hanno ricevuto ampio riconoscimento nel Trattato. (Times, 6-5-1921. V.d.B.) OM, cit., p. 21-22). Pare impossibile che il Governo Inglese ignori ancora  che il Califfo non ha alcun potere spirituale, ma è invece, almeno in teoria, il sommo monarca di tutti i territori abitati da Musulmani! - → Torna al Sommario.

14. La politica italiana in Turchia. – Non avendo il Governo accettato l’accordo lucrativo che il conte Sforza ha voluto concludere con la nostra Delegazione (1), gli Italiani hanno cambiato faccia ad Adalia ed in altre città del litorale, assumendo una insensata attitudine di occupazione. Questo fatto ci spinge a gettare un’occhiata sulla politica seguita dall£Italia in Oriente, dopo la firma dell’armistizio. Nel momento in cui le Potenze dell’Intesa, abusando delle clausole dell’armistizio di Mudros. hanno calpestato ogni nostro diritto, il nostro onore e la nostra dignità nelle città turche dove esse non avevano potuto penetrare con la forza, gli Italiani avevano richiamato la nostra attenzione. In mezzo a questi eserciti vittoriosi, gli italiani furono quelli che si condussero con meno violenza e orgoglio, in paragone ai Francesi ed agli Inglesi. Noi abbiamo creduto che essi si mostrassero come amicinostri amici, dietro ordini ricevuti in proposito dai loro superiori. Il movente che ci ha spinto ad avvicinarci a loro, sta nello sforozo fatto dall’Inghilterra per fondare un imperialismo ellenico dell’Egeo. Mentre noi ascoltavamo gli uomini politici e i generali italiani dire che essi volevano che essi volevano vedere una Turchia forte in Oriente, abbiamo letto con grande stupore, l’anno passato, a questa medesima epoca, nei giornali europei, che i signori Venizelos e Tittoni si erano messi d’accordo sulla questione d’Oriente e che, seduti a Parigi, l’uno in faccia all’altro, si erano ripartiti i territori che venivano richiesti alla Turchia. Poco dopo Tittoni è caduto ed il conte Sforza ha assunto il portafogli degli Affari Esteri. Il conte Sforza, senza dubbio, conosce l’Oriente e i Turchi, assai meglio del suo predecessore. Egli agisce con dolcezza molto maggiore verso i Turchi. Però, malgrado questa politica di dolcezza e di benevolenza, noi siamo stati ben lungi dal prestar fede alla sincerità della politica turca dell’Italia. Tutte le dolci parole che leggevamo nei giornali e che trovavamo riportate nelle interviste, venivano poi applicate in senso assolutamente inverso. L’Italia parlava con sincerità, ma agiva in maniera assai equivoca. Possiamo citare vari esempi all’appoggio di questo nostro asserto. Sebbene l’Italia sostenesse che il Trattato di Sèvres era inapplicabile e non facesse che parlare della sua benevolente politica orientale, essa ha concluso l’anno passato con la Francia e l’Inghilterra un Trattato, secondo il quale l’Anatolia veniva divisa in zone d’influenza. Dopo l’occupazione di Costantinopoli, l’Italia si è sforzata di vivere in buoni rapporti con i governi di Angora e di Costantinopoli che non riuscivano a mettersi d’accordo fra loro. Or sono sei mesi, l’Italia ha consigliato ai nazionalisti di Anatolia, di accettare il Trattato di Sèvres. Questo consiglio, dato dal Conte Sforza, era un segno che l’Italia modificava la politica seguita ad Angora. Però il Conte Sforza, che basava il suo consiglio sopra un primo successo delle truppe elleniche contro le bande nazionaliste, vedendo, più tardi, la formazione di un forte esercito turco, si affrettò a modificare questo suo consiglio e riprese il tentativo di revisione del trattato di Sèvres. L’Italia diceva che essa non voleva avere in Turchia né territori, nè zona d’influenza, ma che cercava di assicurarsi degli interessi economici e degli sbocchi commerciali, rispettando l’indipendenza della nazione turca. Però l’insensata attività dei soldati e funzionari civili italiani a Adalia e in altre località, era in piena contraddizione con queste dichiarazioni. I Consoli e i comandanti facevano di tutto per prendere nella trappola, con le astuzie e con la propaganda, le popolazioni che l’Italia non riusciva a ridurre in schiavitù per la forza delle armi. Noi possediamo numerosi documenti comprovanti questa ipocrisia. Finalmente gli Italiani, comprendendo che il Governo di Angora non darebbe loro il profitto illecito cui essi agognavano, hanno scoperto il loro vero sentimento che non hanno potuto nascondere più a lungo. Noi vogliamo far capire chiaramente all’Italia che noi facciamo politica di principio e non politica di mercanteggi. Questo principio consiste in una assoluta indipendenza, la quale sarà da noi difesa, come del resto lo è stata fino a questo momento, col massimo della nostra forza e della nostra tenacia. Noi cr4ediamo che l’Italia non veda il territorio turco con lo stesso occhio con cui lo vedono Inghilterra e Francia; ed è perciò che i cannoni che hanno tuonato a Smirne e in Cilicia, tacciono ancora ad Adalia. Desideriamo ardentemente che questa nostra credenza sia per durare sempre. (Hākimiet - i - Millieh, di Angora, 22-3-1921, O.B.) - → Torna al Sommario.

15Situazione in Cilicia. – La delegazione nazionale armena di Parigi ha ricevuto dal Patriarca armeno un telegramma, il quale conferma la notizia che, grazie a nuove disposizioni prese, la situazione della Cilicia è migliorata. (Vercin Lur, 9-5-1921, U.F.).
Da Costantinopoli 7 maggio.
La situazione in Cilicia risulterebbe ancora turbata. Un comunicato turco nazionalista del 3 maggio parla di combattimenti, nel corso dei quali i Turchi usavano artiglierie, nel distretto di Osmanieh, sulla ferrovia di Bagdad, circa 38 miglia a nord di Alessandretta. Sembra che le truppe francesi si siano ritirate lasciando parecchi morti. Questo comunicato ha prodotto una pessima impressione nei circoli ufficiali francesi di qui. Secondo le ultime informazioni dall’Anatolia, che sembrano attendibili, dopo aver discusso alquanto sull’accordo franco-turco, l’Assemblea di Angora, ha deciso di differire qualunque ulteriore discussione di questo documento. Sembra che l’accordo sia stato severamente criticato dagli estremisti di Angora, e sembra che ora la sua ratificazione sia dubbia. Bekir Sami bey, in un discorso innanzi all’Assemblea, ha espresso òa speranza che, alla prossima Conferenza, che, secondo quanto egli ha detto, verrebbe tenuta in Italia, le Potenze occidentali vogliano acconsentire a conchiudere un nuovo trattato di pace con la Turchia, che possa soddisfare l’onore e gli interessi della Nazione turca meglio e più sostanzialmente che non abbia fatto il Trattato di Sèvres. (Times, 9-5-1921, U.F.).
Nella seduta del 9 maggio alla Camera dei Comuni Harmsworth, in risposta ad un’interpellanza, dichiara che si hanno dalla stampa e da altre fonti notizie sull’accordo Franco-Turco concluso alla Conferenza di Londra, ma che non ne risulta la ratifica da parte dell’Assemblea Nazionale di Angora. Sotto questa riserva sembra che i Francesi intendessero ritirare le loro truppe dalla Cilicia entro un mese dalla cessazione delle ostilità, utilizzare l’attuale gendarmeria, comandata da ufficiali francesi come nucleo della nuova gendarmeria, e domandare garanzie per la protezione delle minoranze. Un telegramma da Larmaca, diretto al Foreign Office l’11 aprile da alcuni rappresentanti della popolazione cristiana della Cilicia, invocava dai Governi Alleati l’evacuazione di tutti gli abitanti cristiani nel caso che non si potesse ritardare lo sgombro delle truppe francesi. Tale telegramma venne comunicato al Governo Francese. Il Foreign Office non ha notizie sullo sgombro dei Cristiani di Aintab. Riguardo all’ultima parte dell’interpellanza: «se i Cristiani della Cilicia ed alcuni dei Musulmani non turchi hanno protestato contro il ritiro delle truppe francesi», la risposta è affermativa per i Cristiani. Non si sa con certezza se fra i firmatari della protesta vi fossero Musulmani non turchi, (Times, 10-5-1921. V.d.B.) - → Torna al Sommario.

16. Chiesa Ortodossa Indipendente in Anatolia. – Il Ḥākimiet - i - Millieh, giornale ufficiale d’Angora, ha la notizia, mutilata dalla censura, che i Greci dell’Anatolia intendono staccarsi dal patriarcato di Costantinopoli e formare in Anatolia un Patriarcato Turco ortodosso. Queste comunità di religione Greca, tanto nell’interno dell’Anatolia che sulla costa, sono turche di origine, di lingua e di tradizioni. Già durante la guerra il Governo turco avrebbe pensato di istituire per loro un patriarcato e una chiesa indipendenti a Karaman. Il Ministero dell’Interno ha presentato a quelli della Giustizia e degli Esteri comunicazioni relative a tale questione. (Journal d’Orient di Costantinopoli, 14-5-1921, V.d.B.).  Se la notizia è vera, si tratta d’un colpo grave all’influenza greca in Anatolia. (O.M., a. I, Nr 1, 15 giugno 1921, p. 23-24). → Torna al Sommario

17. Rapporti diplomatici Turco-Giapponesi. – Il barone Ushida, Alto Commissario giapponese, è stato ricevuto dal Sultano in udienza che segna il principio della ripresa dei rapporti diplomatici fra Turchia e Giappone. (Near East, 15-5-1921. V.d.B. → Torna al Sommario.

18. Predica dell’ex-Gran Senusso a Sivas. – Il giornale Sabīl ar-Rashād pubblica il testo di una predica pronunciata in una Moschea di Sivas dal Sayyid Ahmed esh-Sherīf es Senūsī. Egli fa l’elogio della guerra santa “tesoro che l’Onnipotente concede ai suoi prediletti” ed afferma che i Musulmani debbono vivere liberi e indipendenti; ciò risulta dal Corano e da tutta la vita del profeta, ed è la base dell’Islam. Termina invocando la fratellanza e l’unione di tutti i Musulmani. (Le Bosphore, 11-5-1921. V.d.B.). Nel 1332 eg. (1914 Cr.) Ahmed esh-Sherīf, per eccitare i Senussi alla guerra contro gl’Italiani. fece stampare al Cairo un suo libro (in-8°, 58 pp.) intititolato Bughyat al-musaid i ahkan al-mugaahid, esponente i meriti della guerra santa, le norme giuridiche per condurla, le regole per la spartizione del bottino, ecc. – Per altre notizie sull’ex-Gran Senusso cfr. qui più avanti, p. 32.

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Periodici e fonti

Giagadamard.
Ḥākimiet - i - Millieh.
Journal d’Orient.
Le Bosphore.
Near East.
Peyām-i-Ṣabāḥ.
Sabīl ar-Rashād.
Times.
Vercin Lur.


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Annali del Vicino Oriente: 1921. - 1. Le repubbliche caucasiche.

B. Geopolitica. → Succ.
Homepage Annali.
Sommario: 1. La situazione al 1° giugno 1921. –

1. La situazione al 1° giugno 1921. – Il Governo dei Soviet, mentre è addivenuto ad accordi con gli Stati sorti sui territori occidentali dell’ex-Impero russo (Finlandia, repubbliche baltiche, Polonia), senza ingerirsi nella loro situazione interna, mentre ha annientato bellicamente l’Ucraina esigendo dal governo polacco – col Trattato di Riga - l’espulsione del governo di Petliura da Tarnow, ha assunto, verso le repubbliche del Caucaso, un singolare atteggiamento, cioè non ne ha distrutto l’esistenza nè l’indipendenza, ma le bolscevizzate, ponendole, di fatto, sotto la protezione e l’alta direzione del Governo di Mosca. La prima a subire tale sorta fu l’Azerbaigian. Seguì l’Armenia, all’indomani della sconfitta da parte dei Kemalisti e del Trattato di Alessandropoli. Ultima è stata la Georgia. Dopo la recente offensiva contro la Georgia, l’Armenia rioccupò la zona neutra e restaurò il governo del partito Dascianzaga (socialdemocratico), presieduto da Vratsian, ma per breve tempo.

S. Vratsian (1882-1969)
Sotto ogni riguardo la situazione interna ed estera della Georgia e dell’Azerbaigian è migliore di quella dell’Armenia. Mentre, in un primo momento, il Governo dei Soviet disconobbe il Trattato di Alessandropoli, siccome iniquo, e ne pretese dai Kemalisti la revisione in favore dell’Armenia, pur non accedendo, beninteso, all’idea di ricostruire l’Armenia secondo il piano degli alleati e l’Arbitrato di Wilson, nelle trattative svolte recentemente a Mosca coi delegati kemalisti ha finito per accettare il Trattato di Alessandropoli, che, com’è noto, mutila enormemente il territoria armeno, riconoscendo l’esistenza di una piccolissima Armenia. Gravissima attualmente è anche la situazione interna dell’Armenia per le malattie e la fame che travagliano la popolazione. Facendo tacere la politica, tutti gli abitanti danno mirabile esempio di concordia, raccogliendo le energie per cercare un riparo ai due tremendi mali, e sperano di superare la grave situazione facendo appello alla loro tenace volontà, di cui hanno dato per il passato non poche prove. (O.M., a. I, Nr. 1, 15 giugno 1921,  p. 16). Torna al Sommario.

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venerdì, febbraio 10, 2017

La grande fuga: 1. Siebenbürgen, nota come Transilvania. Scheda di ricerca su una pulizia etnica di tedeschi, verso la fine della seconda guerra mondiale.

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Thorwald, p. 39-40: «1° settembre 1944: inizio della ritirata, situazione tremenda tra Russi, Romeni, Inglesi e partigiani. I Russi nel Siebenbürgen. Spaventosa domanda: quale sarà il destino dei Tedeschi che da secoli vivono nei Siebenbürgen? Hitler: “Ordino di organizzare la resistenza popolare tedesca nel Siebenbürgen”. Risposta della realtà: irruzione dell’armata russa nei Siebenbürgen; stragi bestiali, uccisioni, saccheggi, deportazioni, espropriazione per tutti coloro che all’ultimo momento non fuggono con le truppe tedesche e – grigia e dispersa massa miserabile – attraverso l’Ungheria riparano in Austria».

Jürgen Thorwald: «La grande fuga. Il massacro dei tedeschi orientali» (Jaks, 2016). - Un'altra storia, un altro modo di vedere e di raccontare, se ce lo consentono...

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Pubblichiamo qui come introduzione generale al testo di Thorwald la Prefazione di Francesco Coppellotti, che collega l'ordito storico del volume di Thorwald alla interpretazione transpolitica della storia di Ernst Nolte. Poiché il volume, pur ampio per oltre 700 pagine, contiene innumerevoli spunti ed episodi bellici appena accennati, sarò questa per noi l'occasione per riprendere l’aggiornamento di questo nostro blog per troppo tempo trascurato. La serie verrà unità da una Homepage apposita e di un intreccio di collegamenti ipertestuali in modo da dare un carattere quanto più possibile unitario. La letteratura sulla seconda guerra mondiale e sul periodo fra le due guerre è sterminata, anche se questo non significa che sia noto tutto ciò che è successo. Di fronte a una così vasta massa di dati documentali, il problema non è la conoscenza dei fatti singoli o nel loro complesso e nella loro concatenazione, la loro interpretazione e la loro acquisizione e assimilazione nella formazione dei processi identitati, che non sono affatto liberi, ma ancora a oltre 70 anni dalla fine convenzionale della guerra risentono ancora della contrapposizione fra vinti e vincitori. Non ci si accontenta più di aver vinto e annientato il nemico, ma si punta direttamente alla sua discendenza, per instillarvi un senso permanente di colpa, per condizionarne la psicologia, la cultura, l’identità. In pratica, schmittianamente, la cancellazione dalla scena della storia di ogni popolo vinto. Noi qui resistiamo, ricostruendo una nostra “Memoria” e prendono il testimone dei fatti da un libro come quello di Jürgen Thorwald, che per certi aspetti può essere considerato “il” libro sulla Seconda Guerra Mondiale.
AC

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A Ernst Nolte, in memoria

RILEGGERE E RICOMINCIARE
DA JÜRGEN THORWALD 

Prefazione di
Francesco Coppellotti

Quando lo scrittore Aurelio Garobbio, il più battagliero degli irredentisti ticinesi, nell’ottobre del 1964 dà alle stampe la sua traduzione del libro di Jürgen Thorwald (1) (Die große Flucht (La grande fuga – Incominciò alla Vistola, la fine all’Elba), l’editore Sansoni scrive una premessa all’edizione italiana del libro nella quale tra l’altro si legge:
 “Jürgen Thorwald scrive, necessariamente, da Tedesco, e con la sua esposizione propone al giudizio del lettore e, implicitamente, a quello della Storia, il pensiero del suo popolo, della sua parte. Pensiero che abbiamo ritenuto fosse giunto il tempo di far conoscere anche al lettore italiano... l’opera del Thorwald era diventata in un certo senso il classico sul crollo della Germania orientale e sulla perdita da parte della Germania delle sue province orientali. Sul medesimo tema sono stati successivamente pubblicati interessanti ed aggiornati resoconti parziali, ma nessuna visione d’insieme paragonabile a questa per la precisione nei dati di fatto, per lo sforzo di obbiettività, unito alla immediata, palpitante rappresentazione dell’atmosfera di quel tempo” (2). 
L’opera era stata pubblicata nel 1949 e nel 1950 in due volumi separati (Es begann an der Weichsel – Incominciò alla Vistola e Das Ende an der Elbe – La fine all’Elba) dallo Stuttgarter Steingrüben Verlag e da allora aveva avuto ben 50 edizioni con mezzo milione di copie vendute, fino a che, nel 2005 nel sessantesimo della fine della guerra, l’editore Knaur di Monaco ripubblica La grande fuga con un nuovo sottotitolo: Niederlage, Flucht und Vertreibung - Sconfitta, fuga e cacciata. Come ha scritto lo storico David Oels, si tratta proprio di un eterno bestseller, uno dei Sachbücher tedeschi di storia contemporanea più noti e al tempo stesso più influenti. Nel 1981 Eugen Gerstenmaier, ex-presidente del Bundestag, dichiarava di aver visto il libro accanto al letto di Konrad Adenauer ammalato e che lo stesso Adenauer gli aveva confidato d’averlo letto molto attentamente e di essere venuto sapere per la prima volta da esso di molti dati ed eventi importanti (3).

Heinz Bongartz, 1950
NOTE:
(1) Jürgen Thorwald è pseudonimo di Heinz Bongartz. Heinz Bongartz (1915-2006) nella prima edizione del libro si presenta come un “giovane” autore sconosciuto per sfuggire alle accuse degli Alleati e della loro propaganda di guerra. Il figlio di un insegnante di Solingen aveva cominciato già nel 1933 la sua carriera giornalistica quando studiava a Colonia medicina e filologia, e il suo primo libro era stato in realtà Luftmacht Deutschland (1939) con la prefazione di Hermann Göring. I racconti del nuovo libro erano comparsi in un primo tempo nel più grande settimanale della Bundesrepublik Christ und Welt nel 1948 e gli americani, proprio a causa degli articoli di Heinz Bogartz, avevano accusato il giornale di “nazionalismo e militarismo” e lo consideravano un “under cover Nazi-paper”. Già nel 1952 Léon Poliakov, autore di uno dei primi studi sulla Shoah, nel mensile americano Commentary aveva accusato Thorwald di voler occultare le sofferenze degli ebrei, descrivendo quelle dei tedeschi. Più tardi Thorwald dichiarò che il suo libro avrebbe potuto avere come titolo anche Schuld und Sühne (Colpa ed espiazione) poiché descriveva le sofferenze patite dai tedeschi nel senso di un’espiazione per gli stermini da loro commessi.)

(2) Jürgen Thorwald, La grande fuga – Incominciò alla Vistola – La fine all’Elba, Trad. it. di Aurelio Garobbio, Editore Sansoni, Firenze 1964, pp. IX-X.
(3) David Oels, in: DIE ZEIT, 22.07.2010 N.30. – 6 Kommentare.- Schicksal, Schuld und Gräueltaten


Un libro di storia dunque che fa storia, che pur essendo un libro popolare, non strettamente scientifico, che unisce storia contemporanea e politica del ricordo, ha però, come vedremo, moltissimo da dire alla storiografia come scienza della storia e alla riflessione transpolitica sulla storia stessa. Di più, questo libro è estremamente utile e significativo perché ci aiuta ad elaborare una tesi fondamentale e sinora mai realmente svolta, quella dell’interdipendenza tra tutti i fenomeni politici nuovi che si sono verificati nonché degli anni tra il 1917 e il 1945, altresì dal 1945 ad oggi. In effetti questa interdipendenza è stata normalmente dimenticata perché si è sempre finito per pensare che il comunismo fosse storia russa, il fascismo storia italiana, il nazismo, o meglio il nazionalsocialismo, storia tedesca. Così si è continuato e si continua a ripetere come una tesi ovvia che la rivoluzione comunista già sconfitta nel 1919-1920 in Germania come in Italia, ridotta ormai a semplice spettro, sia stata soltanto l’occasione perché si manifestassero i mali endemici che erano presenti allo stato virtuale nella storia delle nazioni dell’Europa continentale. In modo particolare nella Germania che non aveva conosciuto, Lukács docet, la rivoluzione borghese nella sua radicalità e che per di più aveva combattuto romanticamente la modernità (la Distruzione della ragione da Schelling a Hitler), ma anche nell’Italia, nella quale l’avvento del fascismo avrebbe manifestato tutti quei vizi che erano stati contratti e si erano sviluppati nel periodo della Controriforma e delle dominazioni straniere, trasfigurati poi dalla retorica dei miti della romanità. Sia in Germania che in Italia si sarebbe sviluppato un complesso illusorio di superiorità che trovava e trova la sua spiegazione nel ritardo reale rispetto al processo progressivo della civiltà moderna, e contrappone l’arroganza di una presunta Kultur alla Zivilisation. Si pensi ad esempio alle Considerazioni di un impolitico del Thomas Mann precedente alla sua “conversione democratico-freudiana” (4).

Thomas Mann, qui 1929
(4) Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, a cura di Marianello Marianelli e Marlis Ingenmey, Adelphi Milano 1997. Thomas Mann, Rendiconto parigino, in: Scritti storici e politici, trad.it. di Livia Mazzucchetti, 1957, pp. 198-205. – M. Bäumler. H. Brunträger. H. Kurzke, Thomas Mann und Alfred Bäumler, Eine Dokumentation, Verlag Dr. Johannes Königshausen + Dr.Thomas Neumann, Würzburg 1989.

Interessi dei ceti minacciati si sarebbero uniti con tutte le categorie dei sorpassati della storia nella composizione dei fasci e delle SA-SS generando una rivolta contro la razionalità del corso storico che avrebbe trovato nell’avventuriero Mussolini e nel folle-criminale Hitler le sue guide irrazionali. Questa interpretazione generale della storia contemporanea ha il suo fondamento nella comprensione illuministica della storia che si basa sulla dialettica tra progresso e reazione, che trova la sua determinazione concettuale nelle categorie di modernità e di arretratezza. Naturalmente anche per la Russia si deve parlare di arretratezza, ma il comunismo dei bolscevichi di Lenin avrebbe agito nel senso del progresso rispetto alla situazione precedente, perché la stessa instaurazione del capitalismo operata dalla Rivoluzione d’Ottobre, eliminando il modo di produzione asiatico, avrebbe costituito la base necessaria per l’avvento del comunismo. Del tutto al contrario fascismo e nazionalsocialismo costituiscono tragiche involuzioni rispetto alla Zivilisation raggiunta sia dall’Italia che in particolare dalla Germania. Di più, il nazionalsocialismo, che in termini polemici viene chiamato nazismo, avrebbe costituito una regressione che non ha pari nella storia, un unicum talmente radicale che riporta l’umanità dalla civiltà alla barbarie, tanto da poter parlare per esso di una categoria inedita, teologico-mitologica-metastorica mai usata prima: il male assoluto. Male assoluto che si sarebbe realizzato storicamente nel cosiddetto Olocausto, il genocidio del popolo ebraico operato dalla Germania hitleriana: la Shoah. L’unico assoluto che non può essere secolarizzato.

Da Jürgen Thorwald all’Historikerstreit.

Jürgen Thorwald, a 90 anni
Ora il libro di Thorwald è estremamente importante perché esso sulla base di “2000 documenti all’incirca, di fonti a stampa o manoscritte, di libri, opuscoli, giornali, volantini, lettere, diari, dichiarazioni degne di fede, rapporti particolareggiati sui ricordi di personalità che un tempo furono di primo piano, ed ancora di resoconti stenografici di esaurienti colloqui dell’autore con altre personalità” (5) non solo aiuta ad elaborare una critica di questa concezione storiografica, ma anticipa, non sul piano rigorosamente teoretico-transpolitico e storiografico, ma su quello dell’effettivo svolgimento dei fatti e della diretta riflessione su di essi, le problematiche e le tesi che sono state al centro dell’infocata discussione e delle violente polemiche del cosiddetto Historikerstreit nella Germania degli anni ottanta (6). La visione storiografica dominante, che abbiamo precedentemente delineato, viene sottoposta ad una critica radicale proprio perché Ernst Nolte nel saggio Die Vergangenheit, die nicht vergehen will (Il passato che non vuole passare) del 6 giugno 1986, farà uso di quella categoria dell’interdipendenza che il libro di Thorwald dimostra in pratica nella sua verità. Questo significa che Ernst Nolte, per così dire, ha espresso con forza storico-teoretica e quindi transpolitica ciò che Thorwald ha descritto e raccontato nella sua ricostruzione degli eventi del tragico inverno 1944-1945 sul fronte delle regioni della Germania orientale dalla Prussia orientale alla Pomerania, dalla Slesia alla Curlandia.

(5) Jürgen Thorwald, op.cit., p. 633.
(6) Dell’innumerevole letteratura sull’Historikerstreit ricordiamo: “Historikerstreit” Die Dokumentation der Kontroverse um die Einzigartigkeit der nationasozialistischen Judenvernichtung, Texte von Augstein – Bracher – Broszat – Brumlik – Euchner –Fest – Fleischer – Geiss – Habermas – Helbling – Hildebrand- Hillgruber – Jäckel – Kocka – Leicht – Löwenthal – Meier – Möller – H. Mommsen – W. Mommsen – Hipperdey – Nolte – Perels – Schulze – Sontheimer – Stürmer – Winkler. – Piper Verlag, München 1987. – In italiano: E. Nolte – J. Habermas – K. Hildebrand – J. Fest – J. Kocka – H. Mommsen – M. Broszat – R. Augstein – A. Hillgruber – W. Mommsen, Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca – a cura di Gian Enrico Rusconi, Einaudi Torino 1987.

Interdipendenza significa quindi che non si può parlare del Nazionalsocialismo senza riferirsi al nemico, il bolscevismo, combattendo il quale esso ha preso forma e ha dato la ragione di se stesso. Si ha l’abitudine di dire che Ernst Nolte avrebbe concepito il Nazionalsocialismo come reazione al bolscevismo e proprio la lettura del libro di Thorwald ci fa toccare con mano come quel che è accaduto sia molto più profondo e vincolante e non si tratti affatto di un mero processo di azione-reazione. In Hitler l’odiosa figura terrorizzante del bolscevismo è diventata in certa maniera, forse in modo del tutto inconfessato (anche se Hitler permise la pubblicazione de L’estremismo malattia infantile del comunismo di Lenin per insegnare come si deve combattere il nemico, come ci ricorda il Linkskommunist Otto Rühle nel suo Der Kampf gegen den Faschismus beginnt mit dem Kampf gegen den Bolschevismus del 1939) il modello-guida. Ma vi è una frase di Ernst Nolte che tematizza nel modo più preciso a livello teoretico-storiografico e transpolitico gli eventi raccontati da Thorwald:
Ernst Nolte (1923-2016)
“Bolscevismo e Nazionalsocialismo furono sempre delle antitesi, e lo restarono sino alla fine, ma non furono mai contrapposti l’uno all’altro in nessun momento in maniera contraddittoria e quanto più la guerra si avvicinava alla sua fine tanto più divenne conoscibile uno scambio delle caratteristiche” (7).

(7) Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo – La guerra civile europea 1917-1945 – trad.it. di Francesco Coppellotti, Vera Bertolino, Giovanni Russo, Sansoni Firenze 1988. p. 415. Citiamo da questa che è la prima edizione della traduzione italiana dell’originale tedesco di Ernst Nolte. L’editore Sansoni per motivi editoriali di marketing fece diventare titolo quello che nell’edizione tedesca è il sottotitolo: Der europäische Bürgerkrieg 1917-1945 – Nationalsozialismus und Bolschewismus – Ullstein Verlag Propyläen, Frankfurt a.M. – Berlin 1987, p. 517.

Scrive Thorwald nel capitolo 5 intitolato Tra la Vistola e l’Oder dopo aver narrato l’affondamento della nave “Wilhelm Gustloff” da parte dei sovietici (evento sul quale è ritornato suscitando grande scalpore Günther Grass nel suo romanzo Im Krebsgang del 2002) raccontando l’incontro e il dialogo drammatico tra l’appuntato Paul Scholtis con il professor Schubert nel febbraio del 1945. Schubert era un professore di etnologia radicalmente anti-hitleriano e Scholtis per molti anni era stato suo allievo e nella soffocante atmosfera del Ministero per l’Oriente aveva con lui sostenuto  una spossante lotta contro il Commissariato del Reich in Ucraina e contro il Gauleiter dominato dalla megalomania: “Sono venuto soltanto per dirvi qualcosa... Sono stato uno sciocco maledetto, e voi mi avete reso tale... Vi voglio dire che deploro persino il minimo passo da me compiuto al Nogat contro Koch ed in favore di quelle bestie assassine bolsceviche. Deploro tutto e maledico tutto. Noi abbiamo avuto torto. Hitler aveva ragione, Koch aveva ragione, avevano ragione coloro che volevano annientare, estirpare, sterminare. – Improvvisamente cominciò a gridare: – Se non avessimo lasciato traccia di vita, essi non sarebbero qui e non potrebbero violentare, assassinare, deportare!.. Così è: di fronte ai bolscevichi e di fronte all’intero Oriente la politica dell’umanità non è possibile. Per i popoli civili si tratta di questione di vita o di morte e vincitore resta chi per primo fa piazza pulita e nel migliore dei modi, Hitler lo sapeva; tutti noi, sabotando, limitando o non eseguendo un ordine, anche uno solo, per scrupoli di coscienza, non abbiamo udito l’imperativo dell’ora. Dovremmo comparire davanti ad un tribunale composto da coloro che oggi sono vittime della canaglia asiatica. Al massimo dovremmo essere portati in giudizio – insistette Schubert – perché non siamo riusciti ad impedire che si effettuasse la marcia in Russia, o che assumesse forme politiche così pazzesche. Ed in tribunale, come sempre è accaduto, si deve portare soltanto chi ha fomentato la vendetta e l’odio scatenato, preparando il terreno ai più malvagi istinti. Il giovane strinse i pugni. – Siete cieco come lo possono essere soltanto gli apostoli dei sentimenti umanitari. Siete cieco perché non avete più famiglia da perdere e potete rivoltarvi nelle vostre teorie. Avete visto i lattanti uccisi presso Neuteich? (8) E le donne che più non riuscivano a trascinarsi perché in una notte erano state violentate venti e magari quaranta volte? E le ragazze dodicenni i cui corpi devastati sanguinavano? Non avete visto, nulla, nulla, nulla! Non potete vederlo perché la vostra orribile stupidità si è in voi mutata in coscienza. E la vostra stupidità è la stupidità di quelli che dall’Occidente proseguono nell’attaccarci allegramente, e si comportano in modo tanto sublime perché sono scesi in campo contro il regime di Hitler, indegno dell’umanità... Combattono per l’umanità e per il diritto! Suonano bene queste parole! Si collegano con un continente brutale e se ne fanno i lenoni. Sono consci di essersi sollevati contro la politica di Hitler in Oriente, contro la lotta antibolscevica, contro la politica hitleriana di annientamento dell’Unione Sovietica. Fra pochi anni comprenderanno la loro certezza, poi che ne va del loro collo se questa ondata omicida li sommerge. E sarà per loro un pauroso risveglio. Capiranno allora che il secolo delle frasi umanitarie è trascorso e che i popoli civili possono proteggersi contro l’ondata comunista soltanto annientandola, spietatamente, con ogni mezzo, come si faceva nei tempi antichi, quando era ancora vivo il senso della naturale separazione fra i popoli e le razze. Mi viene da sputare quando ascolto la radio di Londra e di New York, che vogliono insegnarci l’umanità e il diritto. Qui deve venire Churchill, qui deve venire Roosevelt!” (9).

Queste frasi sono uno dei tanti esempi del libro dai quali emerge che cosa significhi in realtà quella “assenza di contrapposizione in maniera contraddittoria” di cui parla Ernst Nolte e che Gian Enrico Rusconi ha tentato di criticare nella sua prefazione alla traduzione italiana di Nazionalsocialismo e bolscevismo, la guerra civile europea 1917-1945 (10), dissolvendo il Gulag come prius logico-fattuale di Auschwitz, e quindi il nesso causale, cioè la natura del rapporto11 tra il Gulag ed Auschwitz “negli elementi psicologici e cognitivi troppo complessi perché possa essere ricondotta a quella di semplice causa-effetto”12 e sostenendo in modo grottesco che il torto di Nolte sarebbe quello di avere “un approccio cognitivo alla problematica storica”13, come se fosse possibile fare storia e interpretarla senza “approcci cognitivi”.

(8) Neuteich oggi è la polacca Nowy Staw, una cittadina di 4.400 abitanti che faceva parte della Prussia occidentale e che oggi fa parte del Powiat Malborski della Wojewodschaft Pommern polacca.
(9) Jürgen Thorwald, op.cit. pp. 247-248.
(10) Per collocare nella sua giusta luce il rapporto che abbiamo tentato di elaborare tra Thorwald e Nolte, è interessante ricordare per la situazione della storiografia del secondo dopoguerra italiana e non solo, ciò che è avvenuto nella vicenda della traduzione italiana del testo classico di Ernst Nolte: La guerra civile europea 1917-1945, Nazionalsocialismo e bolscevismo. L’edizione italiana di questo libro è uscita nel 1988 senza l’autorizzazione del traduttore Francesco Coppellotti, perché l’editore Sansoni ha fatto sparire il testo della traduzione che il traduttore gli aveva consegnato e non gli ha mai dato la possibilità di vedere e correggere le bozze. Di più, il testo della mia traduzione, che io non ho mai potuto rivedere nelle bozze, è stato corretto a cura dell’allora cellula comunista di storia dell’Università di Firenze. Si tratta quindi di una traduzione non autorizzata dal traduttore. Di più, la prefazione di Gian Enrico Rusconi è stata imposta al traduttore “per coprire l’opera di Ernst Nolte a sinistra”, senza l’autorizzazione dell’autore (Nolte chiamava Rusconi la sua baby-sitter, che gli era stata messa alle costole in Italia) e, nonostante tutti i tentativi del traduttore per impedirne la pubblicazione, senza la prefazione di Rusconi il testo di Nolte non sarebbe mai stato pubblicato. La nuova edizione dell’opera pubblicata da Sansoni-Rcs, con ulteriori istruzioni per l’uso di Gian Enrico Rusconi, non è mai stata autorizzata dal traduttore che non ha mai potuto rivedere le bozze e che non ha mai potuto recuperare il testo originale della traduzione che l’editore, il 18 gennaio 1993, ha dichiarato definitivamente “perduto o distrutto”. Ho raccontato tutta questa vicenda ed altro in: Ernst Nolte, Dramma dialettico o tragedia? La guerra civile mondiale e altri saggi, a cura di Francesco Coppellotti, Settimo Sigillo, Perugia University Press, Roma 1994, pp. 171-177.
(11) Sul nesso causale Nolte è ritornato in altri testi che non sono ancora stati tradotti in italiano: 1. Der kausale Nexus – Über Revisionen und Revisionismen in der Geschichtswissenschaft – Studien, Artikel und Vorträge 1990-2000, Herbig Verlag, München 2002. 2. Helmut Fleischer – Pierluca Azzaro, Das 20.Jahrhundert Zeitalter der tragischen Verkehrungen – Forum zum 80. Geburtstag von Ernst Nolte, Herbig Verlag, München 2003.
(12) Gian Enrico Rusconi in: Introduzione a Nazionalsocialismo e bolscevismo, la guerra civile europea 1917-1945, Sansoni Firenze 1988, p. XX.
(13) Gian Enrico Rusconi, op.cit., p. VII.

Ancora, che cosa significa dunque questa “assenza di contrapposizione in maniera contraddittoria” implicita nel nesso causale tra il Gulag ed Auschwitz? Vuol dire che il Nazionalsocialismo è stato subordinato al comunismo bolscevico nella sua opposizione, perché ha assunto il principio dell’annientamento dei gruppi sociali (la borghesia e i kulaki per i bolscevichi) tipico del bolscevismo rovesciandolo, restandone però la sua immagine speculare: ha trascritto in termini biologico-naturalistici (il popolo ebraico) le categorie storico-sociali del bolscevismo (la classe borghese). Ma l’avvento della rivoluzione russa bolscevica e la conseguente guerra civile europea e mondiale in tutti i loro sviluppi (che non sono di certo, come recita ancora la liturgia resistenziale, guerra per la civiltà contro la barbarie) introducono nei rapporti sociali e politici il principio dell’annientamento. In questo senso Nolte sostiene, a differenza delle tesi Hannah Arendt, che la sua è una “versione storico-genetica della teoria del totalitarismo”. La razza viene quindi contrapposta alla classe e da questa prima opposizione seguono tutte le successive. Alla futura società senza classi che è la fine della preistoria e l’inizio del Regno della libertà corrisponde il mito della ritrovata purezza razziale. All’ideale dell’eguaglianza si oppone la società dei signori, a quello della pace universale che seguirà alla rivoluzione, la quale giustifica ogni forma di terrore, si contrappone il principio della guerra: e così via. Certamente il riconoscimento indiscutibile della realtà del nesso causale tra il Gulag e Auschwitz implica necessariamente l’abbandono del mito negativo storico-metastorico del male assoluto che, come fenomeno unico nella storia, il nazismo avrebbe realizzato. D’altra parte proprio l’affermazione del nesso causale permette di capire come il nazismo non possa apparire in nessun modo come la difesa di quei valori che il comunismo bolscevico ha negato, proprio perché esso ne è l’immagine speculare rovesciata. Afferma Nolte: “La soluzione finale in quanto annientamento tendenzialmente totale di un popolo mondiale si distingue in modo sostanziale da tutti i genocidi ed è l’esatta immagine rovesciata dell’annientamento tendenzialmente mondiale di una classe mondiale ad opera del bolscevismo ed in questo senso è pertanto la copia biologicamente coniata dell’originale sociale. Tuttavia proprio per questo essa non è un annientamento meramente biologico ma implica, nell’orizzonte del processo storico nel suo complesso, una decisione contro il progresso, pur sulla base di realtà progredite, mentre il bolscevismo fu una decisione per il progresso, ma in stretta relazione con realtà arretrate” (14). La cultura laico-illuminista e quella marxista assolutizzando l’Olocausto ebraico come realizzazione del male assoluto e conferendogli un carattere unico ed incomparabile, una sorta di EFAPAX che prende il posto dell’Incarnazione cristiana, non solo non riescono a spiegare perché la Germania, dopo la pace di Versailles e “l’umiliazione della morale” che essa ha rappresentato, abbia scelto il nazionalsocialismo e non il nazionalbolscevismo per superare la sua disperazione (15), ma finisce per relativizzare e banalizzare gli altri genocidi della storia.

(14) Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo – La guerra civile europea, op.cit. p. 415.
(15) In merito cfr.: Ernst Nolte, Die Weimarer Republik, Demokratie zwischen Lenin und Hitler, Herbig Verlag, München 2006 – trad. it. di Francesco Coppellotti – La Repubblica di Weimar, un’instabile democrazia fra Lenin e Hitler, Christian Marinotti edizioni, Milano 2006.

Non solo. E qui interviene di nuovo l’importanza di un libro come quello di Thorwald. Per affermare il carattere unico e incomparabile dell’Olocausto ebraico la cultura laico-illuminista e quella marxista, con la loro filosofia della storia e la loro liturgia della memoria, hanno bisogno di ignorare del tutto o almeno di occultare ciò che l’Armata rossa ha compiuto per annientare e deportare la popolazione tedesca sul fronte orientale nella fase finale della seconda guerra mondiale. Il libro di Thorwald dimostra doppiamente il carattere indiscutibile del nesso causale tra il Gulag ed Auschwitz. Infatti l’attacco hitleriano con i suoi Einsatzgruppen, lo sterminio dei commissari del regime bolscevico, del giudaismo orientale, la volontà di colonizzare l’Unione Sovietica schiavizzando per motivi razziali anche le popolazioni slave che avevano accolto la Wehrmacht come liberatrice dalla tirannide stalinista (16) è la dimostrazione che Hitler ha voluto realizzare la sua negazione del “giudeo-bolscevismo” (17) annientando con motivazioni razziali, “la copia biologicamente coniata dell’originale sociale”, i fautori dell’annientamento sociale mondiale della borghesia e delle elite nazionali russe e baltiche. Osserva Thorwald:
“Il generale sovietico Vlassov, che nella battaglia di Mosca del 1941/42 si era guadagnati grado e decorazioni, caduto prigioniero era stato fatto poco dopo comandante supremo d’armata. Non era un emigrato, non era un soldato zarista passato all’Armata rossa. Era un figlio di contadini, un comunista fin dalla gioventù, che in seguito si era accorto del baratro esistente tra l’insegnamento socialista e la realtà sovietica. Aveva creduto di poter sconfiggere Stalin ed il bolscevismo con l’aiuto di Hitler... Vlassov sarebbe stato in grado di creare un esercito russo di milioni di uomini, con i Russi e con coloro che parlavano russo, i quali amavano la propria patria ma non Stalin e di vincere la guerra in Oriente non solo militarmente, ma anche sul piano umano. Non poteva però farlo per aiutare Hitler a costruirsi un impero coloniale russo. Probabilmente sino a quei giorni spaventosi né Hitler né Rosenberg avevano capito quale fosse stata la possibilità loro offerta. Essi tolleravano che sul fronte orientale si costituissero formazioni russe e formazioni di altri volontari che, assai disseminate, volevano e dovevano combattere Stalin. Dovevano però restare formazioni di servi della gleba al servizio dei padroni tedeschi. Invano Vlassov si era battuto insieme ai Tedeschi che lo sostenevano, per ottenere un riconoscimento. Solo nel tardo autunno del 1944, quando tutto ormai era perduto, si era permesso a Vlassov di apparire con un manifesto e con un appello per la costituzione di un’Armata russa e di un comitato governativo antistaliniano. Fu lo stesso Himmler, colui che costantemente aveva sostenuto un impero coloniale tedesco in Oriente e uno stato di lavoratori slavi sottoposti ai padroni germanici, fu lo stesso Himmler che all’ultima ora portò Vlassov alla ribalta. Si era deciso dietro le vive pressioni di alcuni consiglieri, i quali... avevano convinto Himmler a dare a Vlassov il permesso di leggere a Praga un manifesto e di fondare un “Comitato per la liberazione dei popoli russi” (18).
(16) In diversi punti del libro Thorwald sostiene che dapprima la Wehrmacht era stata accolta come liberatrice e che in alcuni settori della stessa era diffusa l’idea che sarebbe stato possibile ottenere la vittoria su Stalin alleandosi con i russi antibolscevichi, con gli Ucraini ed altri popoli slavi. Cfr. Jürgen Thorwald, Die Illusion. Rotarmisten in Hitlers Heeren, München 1974, pp.9-22; Prima edizione: Wen sie verderben wollen. Bericht des großen Verrats, Stuttgart 1952; Wlassow. Kapital verspielt, in: Spiegel, 24.12.1952, p. 27-31.
(17) Sull’uso della categoria politica e storiografica del “giudeo-bolscevismo” cfr.: Ernst Nolte, Streitpunkte, Heutige und künftige Kontroversen um den Nationalsozialismus, Propyläen, Berlin-Frankfurt a. M. 1993. La traduzione italiana di quest’opera è stata curata da Francesco Coppellotti ed è stata pubblicata dall’editore Corbaccio di Milano nel 1999, all’interno della collana storica diretta da Sergio Romano, con il titolo: Controversie, Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento. Anche questa traduzione è stata sottoposta dalla Casa editrice ad opera di un correttore, di cui il traduttore non ha mai potuto sapere il nome, ad una serie di stravolgimenti della traduzione originale, che il traduttore, nonostante la lettura delle prime bozze, non è riuscito ad impedire nonostante tutti i suoi sforzi, trovandosi di fronte al ricatto: o così come noi l’abbiamo corretta o non si pubblica. O ancora all’osservazione: negli Stati Uniti i libri li rifanno, noi ci siamo limitati a correggerlo. Sempre sulla questione del “giudeo-bolscevismo” cfr.: Johannes Rogalla von Bieberstein, “Jüdischer Bolschewismus” Mythos und Realität, Mit einem Vorwort von Ernst Nolte, Schnellroda: Edition Antaios, 2003. 
(18) Jürgen Thorwald, op.cit., pp. 257-258.

E la sconfitta di Hitler, (il quale, come racconta lucidamente Thorwald, per un verso contro il parere dei suoi generali sembrava addirittura non credere all’attacco russo e per l’altro verso voleva che la Wehrmacht, negando ogni ritirata strategica, resistesse a tutti i costi fino alla morte nelle città trasformate in fortezze e piazzeforti nonostante la fortissima sproporzione delle forze in campo, laddove l’Armata rossa di Konev, Rokossovskij e Zukov era a seconda dei casi da cinque a undici volte superiore ), ha dato il via all’annientamento e alla deportazione della popolazione tedesca delle regioni orientali del Reich, dalla Prussia orientale a Memel, dalla Prussia occidentale a Danzica, dalla Pomerania orientale al Brandeburgo orientale, dal Warthegau alla Slesia e ai Sudeti. Si tratta all’incirca di un complesso di quasi 12 milioni di persone, di cui quasi sette milioni di espulsi e deportati, quasi due milioni e mezzo di deceduti e dispersi e quasi due milioni di superstiti. Nella tragedia delle popolazioni tedesche del Reich orientale spicca, nel testo di Thorwald, per il suo carattere atroce il destino di tutti i tedeschi dei Sudeti e della Boemia-Moravia che popolavano lo Stato di Eduard Beneš, il quale rientrato a Praga (19) dopo sette anni di assenza, prese posto sul seggio di presidente della Repubblica e col suo governo nazionalcomunista ottenne da Churchill ed alleati il consenso a liberarsi di tutti i tedeschi che popolavano il suo Stato.

(19) Jürgen Thorwald, op. cit., Parte seconda, cap. 3. L’isola dei dammati, o la tempesta su Praga. Cfr. anche: Marco Piconi Chiodo, E malediranno l’ora in cui partorirono, l’odissea tedesca fra il 1944 e il 1949, Editore Mursia, Milano 1987. È molto significativo osservare come nella raccolta di saggi contenuti in Spostamenti di popolazione e deportazione in Europa, 1939-1945, Bologna, Cappelli 1987, (si tratta degli atti del convegno dall’identico titolo tenutosi a Carpi nell’ottobre del 1985 sotto gli aupisci della Regione Emilia Romagna) Enzo Collotti nella sua introduzione si limiti ad osservare che “gruppi di nazionalità tedesca furono costretti a rientrare nei confini degli Stati tedeschi”. (p. 8)

A questo proposito è necessario ricordare che nella Carta Atlantica (14 agosto 1941) Roosevelt e Churchill avevano dichiarato che i loro due paesi rinunciavano esplicitamente a “guadagni territoriali o d’altro genere” e si obbligavano a “respingere modifiche territoriali che non fossero conformi alla volontà espressa dai popoli interessati”. Questo impegno era vincolante per tutte le nazioni firmatarie della Carta, compresa l’Unione Sovietica. Ma via via nel corso della guerra venne dichiarata da Churchill “la non validità della Carta Atlantica nei confronti dei paesi nemici”, a partire dal 24 gennaio 1943 a Casablanca fu stabilito il principio della “resa incondizionata”, il 15 marzo 1943 venne accolta la pretesa polacca di annettersi la Prussia orientale, il 28 novembre 1943 a Teheran prese corpo l’idea del passaggio della Slesia alla Polonia per compensarla delle rivendicazioni territoriali avanzate da Stalin, il 4 febbraio 1945 a Yalta fu indicato come limite di estensione della Polonia ad Ovest la Neisse occidentale e riaffermata la volontà di disarmo, smilitarizzazione, smembramento della Germania e finalmente il 17 luglio 1945 a Potsdam venne sancita l’espulsione dei tedeschi da tutti i territori orientali, seguita dall’affermazione della teoria della “responsabilità collettiva” del popolo tedesco e dalla decisione di perseguire i crimini di guerra dei vinti (20).

(20) Nella seduta pomeridiana del 24 luglio 1947 dell’Assemblea Costituente Benedetto Croce intervenne nella discussione del progetto di legge per l’approvazione del Trattato di pace di Parigi tra le potenze alleate e l’Italia e tra l’altro disse: “E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti... Parimenti si è preso oggi il vezzo che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto la guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé... Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati ma degli illegittimi giudici.” Benedetto Croce, Discorsi parlamentari, Bardi editore in Roma 1983, pp. 205-207.

Quando  nell’aprile-maggio del 1945  Radio Praga incitava gli insorti al grido di “Je revoluce, smrt všem nĕmcům!” (“È rivoluzione, morte a tutti i tedeschi”) riprendeva, mettendoli in pratica, gli incitamenti della propaganda sovietica fissata nelle parole di Ilja Ehrenburg citate da Thorwald:
 “Uccidete, miliziani rossi, uccidete! Non c’è nessuno fra i fascisti che non sia colpevole: i vivi no e neppure i non nati. Uccidete!”
“I soldati dell’Armata rossa ardono, quasi fossero paglia, per fare dei tedeschi e della loro capitale la fiaccola della propria vendetta. A Berlino! Questo nome fa risuscitare persino i morti, e significa vita. Soldati dell’Armata rossa, l’ora della vendetta è suonata.” (21)

(21) “Le indicazioni sulla parte di Ilja Ehrenburg nella propaganda sovietica si basano su dichiarazioni di profughi, su manifestini da essi mostrati come ricordo delle crudeltà e su indicazioni di prigionieri tedeschi che riuscirono a fuggire. Quando nel 1961 Ehrenburg, nel corso della pubblicazione delle sue memorie, volle tornare in contatto con il mondo occidentale, fece contestare la sua partecipazione a simile propaganda dall’editore della Germania occidentale al quale intendeva affidare il proprio libro.” Cfr.: Jürgen Thorwald, op.cit., p. 292.

O ancora un volantino della propaganda sovietica citato dallo storico Michael Marrus: “Valorosi soldati della vittoriosa Armata rossa spezzate l’orgoglio razziale della donna tedesca! Prendetela come vostro legittimo bottino. Uccidete!” (22) Riportando questo volantino della propaganda sovietica nella sua prefazione alla traduzione italiana di un saggio di Andreas Hillgruber: Zweierlei Untergang. Die Zerschlagung des Deutschen Reiches und das Ende des europäischen Judentums, Berlin Siedler Verlag 1986, Ernesto Galli della Loggia scrive:
“L’irruzione dell’Armata rossa nelle province della Prussia orientale è una pagina della storia assolutamente sconosciuta in Italia e dunque qualcosa che non è mai entrato – o che non è mai stato reputato opportuno che entrasse – nella formazione del giudizio etico-politico e quindi storiografico, sull’evento ‘guerra’ e sui suoi protagonisti... George Gennan, il diplomatico statunitense che subito dopo l’avanzata dell’Armata rossa ebbe l’incarico di sorvolare la regione, riferì nel suo rapporto che ‘a giudicare da tutte le prove esistenti il passaggio delle forze sovietiche non ha lasciato vivo neppure un uomo, una donna o un bambino della popolazione indigena. Un’analoga violenza contro popolazioni civili tedesche – di cui ancora una volta, praticamente nulla sappiamo in Italia – fu esercitata su scala di massa in tutta l’Europa centro-orientale, e si accompagnò ad una loro massiccia espulsione da quei paesi” (23).
Ernesto Galli della Loggia, pur senza mettere in discussione la dialettica fascismo-antifascismo, la categoria del male assoluto e ignorando del tutto “l’ambivalente trionfo del ‘messianismo giudaico’ nella seconda guerra mondiale” (24), si chiede se non sia il caso di “frantumare dall’interno l’‘antifascismo’ come autonoma categoria ideologica, e dunque, per conseguenza, anche ogni punto di vista storiografico che ad esso voglia richiamarsi circa l’evento ‘Guerra mondiale’” (25).

(22) Michael R. Marrus, The Unwanted. European Refuges in the Twentieth Century, Oxford, Oxford University Press, 1985, pp. 301 e 325-26.
(23) Ernesto Galli della Loggia, in: Andreas Hillgruber, Il duplice tramonto, La frantumazione del “Reich” tedesco e la fine dell’ebraismo europeo, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 17-18.
(24) Ernst Nolte, Der zweite Weltkrieg und der ambivalente Sieg des “jüdischen Messianismus”, in: Geschichtsdenken im 20 Jahrhundert, von Max Weber bis Hans Jonas, Propyläen, Verlag Ullstein, Berlin-Frankfurt a.M. 1991, pp. 317-329.
(25) Ernesto Galli della Loggia, op.cit., p.18.

Le parole del liberale Ernesto Galli della Loggia sembrano echeggiare quelle del marxista eretico Amadeo Bordiga quando sosteneva che “il peggior prodotto del fascismo è l’antifascismo... il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede, per dovere o per  soldo poco importa” (26). Rileggere e ricominciare da Thorwald alla luce dell’Historikerstreit significa abbandonare la concezione della storia quale dramma dialettico alla maniera brechtiana ed aprirsi ad una concezione tragica della storia, non per amore della tragedia, ma per amore della verità storica. Guardando alla storia del XX secolo e allo scontro di forze che lo ha caratterizzato Ernst Nolte osserva: “Ma nella lotta di queste forze risultò una realtà analoga a quella del destino di Antigone, poterono cioè nascere tragedie storiche e non solo individuali. Nessuna di queste tragedie fu più grande di quella del socialismo che evidentemente aveva in sé tante ragioni e tanto futuro e che tuttavia aveva torto poiché voleva imporre alla società nel suo complesso la sua legge, specialmente quando si era legato con la realtà imponente di un grande Stato. Di carattere tragico fu tuttavia anche il contro movimento che univa in sé in altro modo diritto storico e torto storico e trovò la sua incarnazione più forte in un altro Stato. La tragedia storica del XX secolo è la guerra civile politica e intellettuale, infine anche statale e militare, che il comunismo e il fascismo condussero l’uno contro l’altro, poiché nell’esaltazione del proprio diritto parziale sostenuto incondizionatamente al posto dell’equilibrio e del contrappeso delle forze intervenne la fatale ‘battaglia finale’ con tutti i suoi paradossi e le inversioni e i milioni di morti” (27).

(26) Amadeo Bordiga, Marxismo o partigianesimo, in “Battaglia comunista”, n. 14 del 1949.
(27) Ernst Nolte, “Lehrstück” oder “Tragödie”? Gedanken über die Interpretation der Geschichte des 20 Jahrhunderts, in: Lehrstück oder Tragödie, Beiträge zur Interpretation des 20.Jahrhunderts, Böhlau Verlag Köln Weimar Wien, 1991, p. 11. Trad. it. di Francesco Coppellotti in: Dramma dialettico o tragedia? La guerra civile mondiale e altri saggi. op.cit., pp. 25-26. 

Torino, 6 novembre 2016
Francesco Coppellotti